I Moti rioneresi

Il popolo rionerese è sempre stato sensibile ai sommovimenti generali anzi in alcune circostanze ha addirittura precorso i tempi come ad esempio nel 1793 quando con sei anni di anticipo sulla rivoluzione di Napoli insorse alzando la bandiera francese al grido "Vulim' fa cumm a li francis'". 

Capaci di guardare oltre le proprie mura, con una voglia di guidare e trascinare altri paesi, i rioneresi hanno sempre mostrato, nei secoli scorsi, una insofferenza verso l'autorità dei poteri costituiti.

Rionero, anzi, quando si trovò dinanzi a qualche potere, o lo rimosse, con distaccata noncuranza, come fece con l'unico suo barone, il barone Rotondo; o lo aggirò; o si ribellò, precocemente.

Nel 1787, ad esempio,  rivendicò ed ottenne l'abolizione del terraggio sui territori feudali della Mensa vescovile di Melfi e l'uso civico delle acque irrigue del Vulture, contro i principi Torella; nel 1793 si rivoltò contro i lavori del parlamento convocato per imporre tasse dovute alla Università ed alla Regia corte.

Nel 1848 si registrarono i moti più cruenti quando i rioneresi si rifiutarono di pagare il dazio sugli sfarinati.

Con la promulgazione della Costituzione del 10 febbraio 1848, le masse contadine si aspettavano soprattutto una riduzione delle imposte e la spartizione dei demani comunali, cosicché ben presto in molte zone del regno esse si rifiutarono di corrispondere i censi e le imposte dovute ai proprietari.

E' il caso dei contadini di Rionero, che tra aprile e maggio del 1848 si resero protagonisti di una serie di manifestazioni popolari intese ad ottenere l'ampliamento del territorio, il dissodamento di zone boscose ed una diminuzione dei canoni di fitto.

Infatti a Rionero, il movimento contadino, a differenza di quelli che agitarono altri centri abitati della Basilicata, non fu fomentato esclusivamente da pochi esponenti liberali, ma presentò un carattere tutto proprio: i contadini del nostro comune insorsero per la quotizzazione delle terre demaniali, spinti da una necessità prettamente locale, cioè la sproporzione esistente tra la popolazione residente e l'estensione della terra coltivabile.

Le sommosse presero il via dalla richiesta avanzata dai contadini per l'abolizione del dazio sullo sfarinato in forza del fatto che lo stesso era stato abolito dal Re ma che veniva percepito da "galantuomini" locali.

Non ottenendo nulla di quanto richiesto, in una riunione segreta e notturna i contadini decisero azioni sanguinose contro il sindaco e il decurionato che, a mezzo di "biglietti" affissi sulla porta della Casa Comunale, furono avvisati delle bellicose intenzioni della popolazione e minacciati.

In seguito a tali minacce il Sindaco convocò il decurionato, ma questo stabilì che la tassa doveva essere comunque pagata.

I contadini, allora, persero il controllo e il 26 aprile chiamati a raccolta dal suono dei tamburi di Marco Contento e di Francesco Di Lonardo, detto "Vavone", minacciarono il Sindaco e i decurioni dicendo loro che avrebbero fatto un macello qualora essi si fossero opposti alle mire del popolo: abolire il dazio sullo sfarinato, cosa che subito ottennero, e occupare il bosco di Lagopesole di proprietà del principe Doria Pamphili che, disboscato, avrebbe fornito finalmente terreni sufficienti per la coltivazione.

Così, fin dalla sera del 26, numerosi gruppi di contadini di disposero a presidiare tutte le uscite del paese, per evitare a chiunque di allontanarsi.

Il giorno seguente, di buon'ora, raccolti da marco Cavallaro, al suono del tamburo, i contadini armati di fucili, scuri, ronche, coltelli, zappe, spiedi e di tutto ciò che capitava per le mani, si radunarono in piazza sotto l'abitazione del Sindaco Vicenzo Catena e lo costrinsero a seguirli alla Casa Comunale.

Invano il Sindaco cercò di dissuaderli dai loro propositi e vano fu anche il tentativo di Pasquale Fortunato che offri loro il pagamento di tutte le spese che si fossero rese necessarie pur di intraprendere azioni per via legale.

Non ci fu nulla da fare, uomini, bambini e donne, che anziché essere consigliere di pace aizzavano i loro mariti, decisero di andare a Lagopesole guidati dalle grida di Giuseppe Nicola Russo che affermava che il principe Doria aveva avuto il bosco di Lagopesole in forza di una rivoluzione e che in forza di un'altra rivoluzione poteva essere privato della proprietà.

Quasi a legalizzare il tutto, in virtù della convinzione che i notabili potessero tutto, i contadini pretesero di essere seguiti nella loro azione dal Sindaco, dal giudice supplente, da don Pasquale Fortunato e dall'arciprete: così oltre duemila persone, di cui circa quattrocento  armate di archibugio raggiunsero Lagopesole dove iniziò il taglio di grossi alberi, la distruzione di alcuni casoni ed il danneggiamento di altri. A sera fecero ritorno a Rionero al grido di "Viva il Sindaco".

All'occupazione di Lagopesole seguì quella del Monte Vulture che apparteneva al Comune di Atella. Con la solita tecnica di portare con loro i notabili del paese. Questa fu la volta di Francesco Giannattasio, uomo timido e senza influenza ma molto ricco.

Giannattasio fu prelevato con la forza dal suo palazzo ma poi lasciato libero per l'intervento di Tommaso Antonio Catena, comandante della Guardia Nazionale, che si offri al suo posto con altri "galantuomini".

Seguirono giorni di tensione, i contadini pensavano di poter far tutto quel che volevano, ormai le leggi non contavano più e così il 7 maggio, radunati dal solito tamburo di "Vavone" decisero di organizzare per il giorno dopo la processione di San Michele a Monticchio, poiché, avendo occupato la montagna, tale diritto non era più degli atellani.

A questo punto il Regio Giudice, visto che con la moderazione non otteneva nulla, decise di passare alle maniere forti ed ottenuta la confessione di alcuni testimoni, cominciò nei giorni seguenti a far arrestare i principali agitatori del popolo che rinchiuse, in attese di giudizio, nelle carceri di Rionero.

I contadini, tuttavia, continuarono a tenere pubbliche assemblee cosicché, al fine di scongiurare maggiori pericoli, il comandante della Guardia Nazionale decise di far costruire un posto di guardia al Calvario, fuori l'abitato, dove si tenevano le riunioni dei rivoltosi.

Alla notizia di ciò i contadini, comandati da un certo Riccardo Mele, scacciarono i muratori e decisero di abbattere la nascente di costruzione ma l'arrivo della Guardia nazionale disperse i dimostranti e ci furono molti arresti.

La seguente reazione borbonica non risparmiò quanti, anche a Rionero, manifestarono le proprie simpatie per il regime costituzionale o parteciparono ai detti moti contadini del 26 e 27 aprile. Essi, infatti, furono arrestati, condannati e poi rilasciati per effetto della sovrana indulgenza loro concessa da Re Ferdinando il 24 settembre 1851.

 

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